Teenlock – Parte III – Promesse compromesse

Dicembre

“In bocca al lupo, Johnny! Salutami Luke e Mrs Hudson.”

“Ma certo” risposi ad Harriet che si accingeva ad entrare a scuola.
Mi ero preso gioco di lei; le avevo detto che ero stato convocato a lavoro, ma non era vero.

La lasciai fuori il cortile e mi diressi verso Speedy’s.
Avrei pregato Luke per il lavoro a qualsiasi costo. Mrs Hudson, la proprietaria del negozio, mi adorava.
Avrebbe accettato un ritorno, no? Andiamo!

“Buongiorno, John!!” Disse Amelia, dietro la cassa.

“Ciao Amelia, come stai?”

“Oh bene, grazie!” Disse, arrossendo.

Avevo avuto con lei una relazione di qualche mese, finita chiaramente in modo blando; benché lei provasse dei sentimenti per me, io decisi di troncare perché non mi sentivo coinvolto.

La sorpassai cercando di non cadere nell’imbarazzo e mi diressi verso Luke.

“John! Come stai?” Mi disse, poggiandomi una mano sulla spalla.

“Di merda, Luke. Ho bisogno di aiuto.”

“Stai male, John?!” disse, preoccupandosi.

“Ho bisogno di lavorare. Sono al verde. Qualsiasi orario, qualsiasi. Sono disposto anche 24H.”

Luke passò una mano nella sua barba folta e mi guardò con tenerezza.

“John, è un inferno anche qui. Lo sai che per me puoi esserci sempre, solo che la paga è ridotta perché ne siete in tre, e dovresti lavorare principalmente di mattina. Come fai con la scuola?”

“Non importa Luke, devo lavorare.”

“Harriet?”

“Prima di tutto.”

“Prendi la divisa dietro la porta. Bentornato.”

Disse Luke, abbracciandomi forte.
Non sapevo quale via avrebbe preso la mia vita, ne tantomeno la situazione scolastica; probabilmente mi ero giocato tutto il futuro, ma Harriet doveva venire sempre prima di tutto, perché mai mi sarei perdonato di privarla dei beni basilari.

Indossai la divisa di Speedy’s: era una maglia rossa con una scritta bianca a caratteri cubitali, il cappellino poggiato sui capelli biondi risaltava ancora di più. La poca barba che si era palesata negli ultimi anni era ormai divenuta un velo preciso, anche se non amavo portarla.

Mi guardai allo specchio cercando di farmi coraggio, fino a quando dal riflesso non vidi spuntare Mrs. Hudson.

“Oh John caro!! Come stai?”

“Mrs Hudson! Sono stato meglio, sicuramente!”

“Oh Caro, mi dispiace così tanto. Vedrà che le cose miglioreranno.”

“Lo so, Mrs Hudson. E’ un po’ difficile che accada ma per adesso tento di sopravvivere.”

“Lo capisco. I tuoi genitori sarebbero molto fieri di te.”

“Lo spero.” Dissi, abbracciandola.

Era divenuta una sorta di zia, dalla morte die miei genitori, Speedy’s fu il primo locale in cui trovai impiego, e lei mi ha aiutato a superare momenti in cui era difficile anche alzare un bicchiere.

“Ti voglio molto bene, Johnny.” disse, accarezzandomi la schiena.

“Adesso a lavoro. E sorridi!”

Disse, sparendo dietro la tenda che portava nelle cucine.

Iniziai la mia giornata di lavoro, tra una colazione e un Brunch, il tempo passò e per un po’ dimenticai che ormai la mia scelta era fatta.
Potevo dire addio agli studi.
All’università.
Allo Stentor.
Alla musica.

Verso le undici trillò il cellulare.

Sherlock.

*Dove sei, Watson? Ti aspettavo…”

Eh già. Anche io avrei voluto tanto vederti, stamane.

Posai il mio cellulare, noncurante, e continuai a lavorare.

Durante la pausa pranzo mi diressi verso le panchine sul viale alberato accanto a Hyde Park, mi accomodai lì senza curarmi di mangiare.
Ero in pieno tormento, il mio stomaco si contorceva, tutto era cambiato e benché io fossi riuscito a sostenere le cose per qualche anno, ero arrivato al capolinea.

Non sapevo chi fossi, o meglio, non volevo accettarlo.
L’assenza dei miei genitori diveniva sempre più lacerante.
Harriet stava crescendo.
Io non avevo più ragioni per studiare medicina.
Mike e Sherlock.
E l’unica cosa che mi donava sollievo, la musica, era divenuta una chimera.


*John, rispondimi. Sono preoccupato.*

Continuai ad ignorare il messaggio di Sherlock, e ritornai a lavoro.

La giornata trascorse così, tra la gente che viveva tra una portata e l’altra ed io che mi limitavo a sopravvivere.
“Migliorerà.” Mi dissi, guardandomi nello specchio di casa mia, togliendo la divisa.

“John?!”

“Harriet! Arrivo.” dissi, indossando l’accappatoio.

“Com’è andata?” disse.

“E’ andata benissimo, ma purtroppo posso lavorare solo di mattina e talvolta di pomeriggio, quindi per adesso di scuola non se ne parla.”

“No! John! No! Chiamo gli zii!”

“No, Harriet! Tranquilla! Posso farcela da solo. Chiederò un mese di recupero al preside. Tranquilla.”

“Cazzo, John! Tu non puoi rinunciare…e medicina! Papà voleva diventassi medico, lo ricordi?”

“Lo ricordo. Ma lui non aveva previsto questo. Quindi. Adesso si pensa a sopravvivere, ok?”

“Cosa posso fare?”

“Te l’ho detto. Studiare.”

Le dissi, dandole un bacio sulla fronte e tornando in bagno.

Feci una lunga doccia, il getto mi cadde addosso pesante e bollente, ed io non mi opposi a quel dolore.
Dentro c’era qualcosa di molto più violento.
Per la prima volta avevo paura.

*John, dimmi cosa succede. Ti prego. Sono preoccupato. Mike è con me.”

Spensi il cellulare, caddi in un sonno profondo.

*Accendi questo cazzo di cellulare.*

*Cristo, John.*

*Svegliati*

*Sto arrivando*

*Me la pagherai.*

Il turno da Speedy’s iniziò prestissimo, e anche se Sherlock si presentò fuori casa, non trovò nessuno.
Non avevo voglia di rispondere, dopotutto lui spariva per giorni senza dover dare spiegazioni a nessuno, perché io avrei dovuto farlo?
E poi l’umiliazione di quello che avrei dovuto confessare, a cominciare dall’abbandono della scuola.

Un’ennesima giornata trascorse, tra un caffè, un panino, uno straordinario.
Mi diressi verso lo spogliatoio quando qualcuno entrò dalla porta.
Riccio, alto, un cappotto, una tracolla, occhi rossi.

Sherlock mi guardò, fece scivolare la sua cartella dalla spalla a terra e si accomodò ad un tavolo senza togliere lo sguardo da me.

La voglia di evitarlo era pazzesca, ma l’istinto di correre contro lui e abbracciarlo superava tutto.
Mantenni il contegno, un gesto del genere sarebbe stato inopportuno.

Mi feci coraggio, tolsi il grembiule.

Amelia concludeva i conti della giornata, Luke era intento in cucina, io mi accomodai di fronte a lui.

“Ciao.” dissi.

“John.” Riprese lui, con sguardo severo.

“Sherlock.”

“Che cazzo pensi di fare?”

“Lavorare. Devo sopravvivere.”

Il suo nervosismo aumentò a causa dell’ultima sarcastica affermazione.

“Ti avevo detto che potevi chiedermi aiuto in qualsiasi momento.” disse, sbattendo un pugno sul tavolo.

“Lo so, e te ne ringrazio. Ma qui non si tratta di comprare libri, o vestiti. Si tratta di lavorare per vivere, e per garantire un futuro ad Harriet. Nessuno può darmi una mano. Nessuno.”

“Io sì! Dimmi cosa devo pagare, cosa compro? dimmelo! Cosa ti serve? Ti prego.”

Sherlock tirò fuori dalla sua borsa un blocchetto di assegni; tremava, la penna non riusciva a stare tra le dita.

“Di-dimmi la ci-cifra! presto!”

“Oh Sherlock, smettila! Chiudi questo coso!”

“Joh-john non posso pensarti così, impazzisco, dimmi la cifra!!”

I suoi occhi divennero ancora più rossi, fino a che non esplose in pianto.
Io lo seguii dopo, cercando di contenermi.

“Cristo, Sherlock. Sei, sei fantastico, davvero, ma non puoi aiutarmi.”

“Per-perchè no? E’ così che fanno tutti, no? I miei hanno sempre firmato questi cosi e si risolvevano tutti i problemi!”

Sorrisi, osservando la sua dolcissima ingenuità.

“Sherlock, ti ringrazio- dissi, prendendo una sua mano sul tavolo- ma non posso, davvero. E’ contro ogni mio principio, ho una dignità troppo forte per poter accettare, e anche se tu lo fai con il cuore, quello enorme che hai, io declinerò sempre perché devo vivere questa vita, adesso. Compresi i sacrifici che le sono legati.
Prenderò un anno per riflettere…”

“No! Devi iscriverti a medicina!”  disse, continuando a tremare.

Gli strinsi la mano ancora più forte.

“Sherlock, guardami. Sono in una fase della mia vita in cui non so neanche chi sono, non ricordo più neanche i motivi per cui vorrei fare il medico, forse perché lo diceva mio padre…”

“Devi onorarlo, allora!”

“No. Io non devo onorare nessuno. Se proprio dovessi, lo farei prendendomi cura di mia sorella, e di me. Lo farei amandomi, e restando sempre coerente con me stesso. Mio padre sognava che io diventassi medico perché poteva permetterlo di sognare, ma adesso lui non è qui e ci sono delle priorità.”

Sherlock si portò le mani agli occhi e pianse ancora.

“Mi spieghi perché piangi?” Gli dissi.

“Perché non è giusta questa vita!!”

“Non dire sciocchezze…”

“Io non merito questa vita qui. Guardami, pieno di ricchezze inutili! Il mese scorso ho ereditato parte del patrimonio di uno zio e guardami, non so nemmeno come aiutarti. Divento sempre più ricco e tu mi neghi la possibilità di sentirmi utile! Perché o questa vita e tu quella? Perché merito questo e tu no? Che me ne faccio di tutti questi soldi se solo il pensiero di restare solo come lo sei tu mi terrorizza. Li meriti più tu che sei così coraggioso. Io sono un inetto fortunato, nato in una famiglia nobile che può avere tutto. Dio. Sono così inutile.”

Sorrisi, le sue parole erano completamente sconclusionate.

“Sei la cosa migliore che mi sia capitata da tre anni, Sherlock. Non sei affatto inutile. E ti ringrazio ancora una volta, con questo gesto hai dimostrato più umanità di chi dovrebbe davvero prendersi cura di me e mia sorella.”

Gli sorrisi, lui continuò a nascondersi dietro alle mani.

“Non posso stare lì senza di te.”

“Ce la farai, invece.”
“Ti prego, John. Ho bisogno di te, dannatamente.”

Mi riportai diritto sulla sedia.

“Sherlock, ci sono tante persone che ti stimano, ci vedremo il pomeriggio…”

“No, John. Io ho bisogno di te in ogni minuto della mia vita. Guardami, come sono ridotto. Due giorni che non ti vedo e ho voglia di sparire dalla terra.”

“Ma c’è Mike…”

“Lui non è te.” disse, supplicandomi.

Ci guardammo negli occhi, mi persi in quel verde sperando di non risalire, ma poi tornai alla realtà.

“Forza, andiamo via da qui, domani tu hai scuola ed io lavoro.” dissi, sorridendo.

“John, rispetto la tua scelta ma non la condivido.”

“Me ne farò una ragione!” dissi.

Lui mi guardò con rabbia, prese la sua cartella e quando fui pronto per uscire mi tirò per una mano e mi scaraventò nell’aria gelida di Dicembre.
Le lucine natalizie iniziavano a palesarsi, e quando leggera neve iniziò a fioccare, Sherlock mi strinse, stavolta forte, la mano.

“Anche se non accetti il mio aiuto farò di tutto per salvarti.”

“Non devi preoccuparti, tu devi vivere la tua vita, io vivrò la mia.”

“E’ proprio questo il problema.”

“Quale problema?” 
“Che da quando ti conosco non riesco a non pensare alla semplice questione che la mia vita ormai è dove sei tu.”

Tolsi lievemente la mano dalla sua, e lo guardai.

“Sherlock. La mia vita in questo momento è sottosopra. Non saprei nemmeno cosa darti, perché mi si è azzerato tutto. Tu sei così in alto, così perfetto. Io non so nemmeno perché diavolo ti penso ogni cazzo di istante, non mi è mai capitato con nessun altro ragazzo! Capisci cosa vuol dire, svegliarsi una mattina e ritrovarsi di fronte quella persona che tanto hai abilmente ignorato negli anni? Ho Paura. Sono rimasto solo.
E’ splendido saperti vicino, mi riempie il cuore, ma io inizio a detestarmi. Mi detesto perché non sono più in grado di gestire nulla, di giorno lavoro come un matto, penso alle cose che sto perdendo e mi dispero, di notte mi rigiro nel letto, confrontandomi con il mio cuore perché avrei voglia di baciarti e non riesco a dare una motivazione a questo mio volere. Sono confuso, sono terrorizzato.”

A queste mie parole Sherlock mi appoggiò lentamente al palo dell’insegna del bus e mi schioccò un dolcissimo e lentissimo bacio sulle labbra.

Riprese, quando ci separammo:

“Prendi tutto il tempo che vuoi, vedi questo bacio come un regalo senza impegno, ma ti prego, non tagliarmi dalla tua vita. Dammi la possibilità di starti accanto e lasciati aiutare. Te lo chiedo come favore personale.”

Mi aggrappai al freddo ferro per non svenire, le mie gambe erano molli e la vista leggermente offuscata.
Un ragazzo mi aveva appena baciato, e dentro di me una violentissima fioritura mi si attorcigliò dalle gambe al cuore, rendendomi per la prima volta una rampicante di sentimenti contrastanti.

Balbettai qualcosa di incomprensibile, Sherlock sorrise e poggiò ancora una volta le sue labbra alle mie.

“Ti salverò sempre, John. Fosse l’ultima cosa che faccio.”

Mi strinse un po’ le dita e poi mi accompagnò verso casa.

“Ssssh! Fermo, fermo, vieni qui.” disse, quasi sotto l’uscio di casa.

“Cosa c’è, Sherlock?” dissi, girandomi.

Mi invitò ad avvicinarmi accanto all’albero fuori casa mia, e stavolta il suo bacio fu decisamente più passionale. Le sue mani reggevano il mio viso delicatamente, le sue guance leggermente pizzicanti arrossarono le mie, mentre con abilità la sua lingua giocava nella mia bocca e io riuscii solo ad esalare un gemito di piacere.
La mia eccitazione fu crescente, fino a quando non mi staccai da lui controvoglia per cercare di salvare un po’ di integrità.

“Oh…Oh Cristo, Sherlock…”

“Ho-ho fatto qualcosa che non va, John?”

“N-non pensarlo neanche per un attimo!”

Sorrise, bagnandosi le labbra.

“E’ stata una buona idea, allora. Altrimenti la fotocellula ci avrebbe illuminati e Harriet ci avrebbe scoperto.”

“Elementare, Holmes.”

“Mmm, questo lascialo dire a me, magari.”

“Perché?”

“Perché è più musicale: Elementare, Watson!”

“Sempre il solito egocentrico.”

“Chi, io?”

“Si!”

“E su cosa basi questa tua teoria?”

“Partiamo magari dal fatto che sei di casata nobile e che quindi già questo ti rende uno spocchiosetto.”

“Mmm e poi?” disse, ridendo.

“Poi sparisci per giorni senza farci sapere dove vai, quindi questo buco nero magari ci fa pensare che tu sia agganciato con qualcuno tipo servizi segreti e quant’altro.”

“Certo.” disse, guardandomi divertito.

“Poi piombi nella mia vita e mi regali sensazioni così vergognose, cristo mio! Non mi sono mai sentito così perverso in tutta la mia vita, eppure…”

“Continua! Qui sono curioso”

“Eppure mi fai impazzire, e lo sai, e te ne compiaci.”

“Sì, è vero.”

“Dunque non la trovi una forma di egocentrismo?”

“mmmh, abbastanza, sì.”

“Adesso se non ti spiace, svengo per qualche ora, così magari domani mi sveglio e sarà tutto diverso…”

“Ti sei pentito di averlo fatto?” disse, con una una di delusione.

“No affatto, te l’ho detto, sei la cosa migliore che mi sia capitata, solo che non sei capitato nel momento giusto della mia vita.”

“Io ti aspetterò sempre, John.”

“E’ egoistico da parte mia.”

“Tu non pensarci, io ho tanto da fare con me stesso, ho spazio solo per una persona in questo viaggio e sarai tu.”

Mi fiondai tra le sue braccia mentre era poggiato al tronco, gli diedi un altro bacio violento e pieno di voglia. Stavolta le mani erano nei capelli, i baci si estesero sul collo e piccoli morsi segnavano i lobi delle nostre orecchie.

“Baaaasta! Basta! Dio! Basta!” Mi allontanai.

Sherlock mugolò in segno di disapprovazione.

“Buonanotte, Sherlock!” dissi, cercando di tirare la maglia sul cavallo del mio pantalone che era già pronto.

“Ahah! Buonanotte, John. E buon lavoro, domani.”

“Grazie. Per tutto.”

Girai i tacchi e mi diressi verso casa.
Una volta dentro chiusi la porta dietro me.
Vidi dalle tende della finestra, Sherlock, dirigersi verso la macchina che era appena arrivata a prelevarlo.

La mia eccitazione non aveva nessuna voglia di calare, dunque decisi di fare un bagno e di dare sollievo a quel tormento.
Fu la prima volta che mi toccai pensando ad un uomo, e fu l’orgasmo più potente mai provato.

Quando riemersi dall’acqua provai una vergogna infondata, dopotutto avevo provato un piacere senza eguali, perché mai tormentarmi?

Mi guardai allo specchio e capii in quell’istante che avrei dovuto combattere due guerre: quella contro i pregiudizi, la novità e l’accettazione. E la guerra di dover trovare una via nella vita, a parte la sopravvivenza, che avrebbe dato alla mia persona il lustro umano e professionale che tanto desideravo.
Mio padre voleva che divenissi medico, ma dentro di me qualcosa era scattato, qualcosa che mi diceva che era meglio ascoltare il cuore, per una volta.
Lo avrei fatto, dunque, ma alle mie condizioni.
Avrei amato un uomo, avrei continuato a lavorare per garantire un futuro sereno a mia sorella, magari un giorno avrei finito la scuola, ma la cosa certa fu quella che mai avrei abbandonato la musica, perché la sensualità di un violoncello mi eccitava tanto quanto un bacio di Sherlock, e allora capii che nonostante la strada tortuosa, un giorno il petto mi avrebbe ringraziato perché sarebbe stato libero da qualsiasi vincolo, e dunque libero di tornare a respirare.

– – –

Il professor Huge venne a sapere del mio ritiro scolastico ed andò su tutte le furie, non voleva assolutamente che io lasciassi il corso di musica, dunque si fece quasi arrestare quando minacciò il preside di andarsene se non avessi avuto la possibilità di continuare a frequentare il corso di musica. 

“Me ne frego un paio di palle!” Esordì, elegantemente.

“Watson è il migliore violoncellista della classe, continuerà a suonare in questa cazzo di orchestra! Che a lei piaccia o meno! E’ sotto la mia tutela, ho bisogno di lui nell’organico!”

Il preside acconsentì a quella folle richiesta perché a qualche settimana prima del famoso concerto di Natale, non poteva di certo inimicarsi il direttore d’orchestra.

“Watson, fila in auditorio prima che ti faccia la lista di tutte le parolacce che ho in mente!”

Sorrisi, e obbedii.

Entrai nell’auditorium dopo settimane, mi era mancato incredibilmente.
Il lavoro da Speedy’s era divenuto estenuante ma finalmente potevo avere la possibilità di pagare la pizza a mia sorella!

Luke decise di concedermi qualche ora a settimana proprio per partecipare alle lezioni di musica da camera, e Sherlock…beh, con lui c’era stato qualche altro bacio, talvolta lo ritrovavo fuori casa con sacchetti di cartone pieni zeppi di cibo, dicendo che sua madre aveva comprato troppe cose da mangiare.
Certo, come se una donna di nobile casata andasse a fare la spesa al supermarket dietro casa mia!
Ridevo, a volte lo richiamavo perché non volevo che provasse pietà, ma lui mi rimproverava dicendomi che doveva sentirsi utile e che se provavo ad ostacolarlo spariva di nuovo senza farsi trovare.
Era già successo in passato dunque evitai di dire altro perché in quel momento non avrei tollerato un minuto della sua assenza.
Non avemmo modo di approfondire quello che era iniziato tra noi, ne demmo la possibilità a chi ci circondava di capirne l’essenza.
Non sapevo come dirlo ad Harriet e nemmeno a Mike.
Decidemmo di restare così, sospesi, tra un bacio e una carezza e non definirci.

Una volta arrivato dinnanzi alle poltrone di velluto dell’auditorium, riuscii a captare lo Stentor tra la folla di violoncelli appoggiati al muro.

Lo presi immediatamente, e il mio cuore che tanto era stato strapazzato, ebbe un attimo di tregua.
Lo tirai fuori dalla custodia, lo accarezzai e gli sussurrai qualche parola.
Lo amavo, lo amavo con tutto me stesso.

“Watson – mi interruppe Huge – forza, prima che vengano i ragazzi, fammi il canto dalla battuta quindici, così vedrò come Holmes potrà gestire la risposta.”

Holmes?! Avevo rimosso che Sherlock facesse parte dell’orchestra. Diamine. Come avevo fatto ad essere così idiota?
Lo avrei rivisto a breve, dunque, sotto un’altra luce per la prima volta.
Le mie mani intonarono le prime frasi tremando, dopo poco mi lasciai cullare, per cercare di calmare quel tamburo che viveva a settimane nel mio petto.

Conclusi quel passaggio musicale quando tutti gli orchestrali erano ormai nell’auditorim; fu così coinvolgente che non mi accorsi neanche di una voce o di un suono fuori posto.

“Watson, è perfetta.” Gli sorrisi, poi mi guardai attorno, e vidi Sherlock.

La sua silhouette era elegantissima, aveva un vestito color grigio e il suo capo era chino sul violino poiché cercava di captare l’accordatura.
Mi guardò e mi strizzò l’occhio, nella mia mente si manifestarono diecimila scenari possibili, tutti poco ortodossi.

Il direttore d’orchestra ci mise in riga, il mio sguardo cadde su Mike che ormai mi sosteneva da settimane solo virtualmente, poiché il lavoro era costante e l’unico tempo libero lo trascorrevo con Sherlock per capire dove stessimo andando.
Lo sguardo di Mike era un po’ deluso, e sorrise mestamente al mio sguardo.
Il mio cuore si crepò, lo avevo messo da parte.
Che stronzo, Watson.

Un, due, tre, e via con la sezione degli ottoni, e poi le percussioni, poi i violinisti.
Sherlock conduceva con sensualità, e il mio pizzicato era nervoso poiché la sua visione iniziava a mandarmi in estasi ogni volta di più.
Ripetemmo le parti da solisti, rispondendoci a vicenda, fino a quando il direttore d’orchestra non fermò l’organico, lasciandoci “discutere” da soli.
Un’ arcata violenta stretta tra le mie gambe e Sherlock si portò sulla punta della sedia, con una gamba in avanti per reggere il suo peso, mi sfrecciò come un abile fiorettista quello che fu un virtuosismo pazzesco; feci lo stesso, mi portai diritto con la schiena, e lo guardai negli occhi, arcata superiore, arcata inferiore, e ancora, più veloce, fino a che un vibrato non lasciò l’esofago del mio violoncello lasciandolo vivere attraverso gli armonici.
Sherlock si calò leggermente col viso in avanti e iniziò a sferrare acutissime note alle quali io risposi con dei bassi lenti e sensualissimi.
Una scala ascendente, una discendente, maggiore, minore, arcata violenta, arcata dolce, pizzicato, virtuoso, andante con fuoco. Moderato. Piano. Pianissimo.

Finì il nostro momento assieme e il silenzio divenne padrone dell’enorme aula. 
Se fino a quel momento a quasi tutte le persone presenti era sfuggita la questione che avessimo iniziato una relazione, adesso era impossibile pensarla diversamente.

Si alzò un applauso che iniziò dal Maestro, il quale senza parole, decise di cambiare la scaletta del concerto di Natale, e di lasciarci duettare da soli alla fine.
Continuammo le prove, cercando di non guardarci troppo, ma la sensualità era palpabile e io dovetti reprimere un riso liberatorio.
Sherlock sorrise di nascosto, perché a differenza mia, paradossalmente, a lui non importava molto il giudizio di chi ci circondava.

La lezione finì ed io raggiunsi Mike prima che andasse via.

“Sono ancora in tempo per un caffè?”

“Oh Watson, devi dirmelo tu.” rispose, poco comprensivo.

“Mi spiace Mike, sono stati giorni difficili.”

“Lo so, e me ne dispiaccio, ma ti avevo detto che potevi contare su di me. E invece hai contato su qualcun altro, potevi dirmelo che preferivi altre amicizie alla mia.”

Quelle sue parole mi ferirono nell’immediato, poiché Sherlock non lo avrei mai potuto vedere come un amico.

“Mike…è una cosa un po’ diversa.”

Lui mi guardò dubbioso, poi si illuminò comprendendo subito la situazione.

“Non me lo dire.”

“Ehm…”

“No dai. Non ci credo!” Disse Mike, posando a cartella a terra.

“…”

“Watson!! Cristo! Tu? Noooo!”

“Mike, abbassa la voce!”

“E perché? E’ una cosa…favolosa! Dio, sono il tuo testimone di nozze non è vero?”

Sorrisi.

“Mike, che diamine stai dicendo!!” Lo presi sottobraccio e lo portai fuori.

“Ti prego, nessuno deve sapere questa cosa.”

“Okok Watson! E’ che non lo sapevo! Perché non me lo hai mai detto? Tutte quelle battute sulle ragazze…”

“E’ questo il punto, non ne avevo idea neanche io. Oh dio Mike, mi sento una ragazzina!”

“Ahah ci credo! E si vede! Devi raccontarmi ogni cosa, che diavolo!”

“C’è poco da raccontare!”

“Si certo, vorresti scansartela così!”

Sorridemmo entrambi, riuscii a captare lo sguardo di Sherlock da lontano, che ci guardava curioso.

“Dai andiamo, ci sta guardando, smettila di essere così divertito.”

“Oh credimi lui non ha problemi, a me lo ha detto subito.”

“C-cosa?!”

“Sì! Lo disse subito, forse perché sapeva che la notizia sarebbe arrivata a te attraverso me.”

“Dio, che confusione! Va bè! E’ arrivata comunque, infatti…”

Mike esplose in una risata pazzesca, e quando si calmò tornammo dentro.

Gli orchestrali ritornarono alle loro lezioni, salutai Mike con un abbraccio stretto e gli promisi che ci saremmo rivisti in uno dei pomeriggi più vicini per il solito dolce a casa mia.
Il Maestro trattenne me e Sherlock, e ci avvertì di provare almeno per una settimana intera il brano assieme, per mettere appunto il tempo e tutti gli altri accorgimenti.

Quando uscimmo, ero molto preoccupato, poiché non possedevo uno strumento mio, quindi dovevamo rubare il tempo per le prove, e io di tempo ne avevo davvero poco.

“Sherlock, è una tragedia questa.”

“Perché?”

“Perché io non ho un violoncello, quando mai potremmo provare?”

“Mmmh.”

“Potresti anche dire qualcos’altro.”

“Sto pensando, Watson.”

“Mi piace quando mi chiami Watson.”

“Lo so, Watson.”

“Ok, adesso smettila e troviamo una soluzione. Dovremo prenotare per questa settimana, Natale è tra una settimana! E oh mio dio, devo assolutamente scappare!”

“John. Calma. Risolvo io la questione, ok? Vai pure.”

“Davvero?”

“Perché ti meravigli?”

“Oh, n-no no non mi meraviglio.”

“Mh.”

“Ci vediamo stasera?”

“Certo.”

Gli diedi un casto bacio sulla guancia per non destare sospetti anche se la voglia di mangiarlo dai capelli ai piedi era più forte di qualsiasi altra azione che avrei fatto a breve.

Sorrise e mi guardò andare via, mi girai una volta per apprezzare la sua forma e lo vidi appoggiato su di una gamba con una mano nella tasca, mentre aspettava che io girassi l’angolo.

La giornata da Speedy’s trascorse velocemente, ed io dopo settimane provai la gioia di tornare a casa.
Sherlock sarebbe passato per aggiornarmi della vicenda “prove” e l’idea di stare un po’ con lui mi regalò una grande gioia.

“Harriett! Sono a casa!” dissi, chiudendo la porta alle mie spalle.

Non ricevetti risposa.
Mi spaventai un po’.
Feci una corsa nella sua camera e non la trovai.

Cazzo.

Presi velocemente mio cellulare, e notai che c’erano alcune chiamate e un messaggio che non riuscivo ad aprire.
La chiamai.

“Harriet! Oh mio dio, dove sei!”

“Johnny! Stai calmo! Sto bene! Ti ho scritto un milione di messaggi, sono a casa di Valery, dormo qui perché abbiamo da studiare.”

“Harriet, non raccontarmi stronzate! Con chi sei?”

“Oh cielo…*Valery, tieni, parla con mio fratello! E’ matto da legare.* Ciao John! Sono io.”

“Oh. Oh ciao.”

“Harriet è qui con me perché ho bisogno di aiuto, quindi studieremo fino a tardi. Se vuoi ti passo mia madre.”

Mi sentii un po’ deficiente, quindi dissi di no, le salutai e riattaccai restando più tranquillo nel fidarmi di mia sorella.

Ero solo. O almeno, lo sarei stato per poco.
Sherlock stava per arrivare.

Quando realizzai che avremmo trascorso la serata a casa, da soli, un moto d’ansia mi attanagliò alla gola.
Cosa sarebbe potuto succedere?

Inviai subito un messaggio.

*Cosa vorresti mangiare?*

*Tu cosa preferisci* rispose, immediatamente
*E’ indifferente.*

*Non credo avrai fame, comunque.*

arrossii. Cosa voleva dire?

*Stupido.*

*Lo so. Arrivo. Cinese?*

*Ok mi avvio al take away*

*No. Già fatto.*

*C-come?! Va bè, ci ho perso le speranze.*


*Non possiamo perdere tempo, stasera.*

Cosa diamine ha intenzione di fare? Non gli ho detto che non c’è Harriet. E’ impazzito.

Trascorsero dieci minuti, che mi parvero due ore, fino a quando il campanello non suonò.

Aprii e Sherlock era sotto l’uscio con le buste del cinese tra le mani.

“Finalmente.”

“Senti chi parla. – rispose – allora, prendi queste e mettile dove vuoi.” Disse, porgendomi i due sacchetti.

“Si, ma tu entra. Che fai lì impalato?”

“Tu fai quello che ti dico e non fare domande.”

Lo guardai accigliato.

“Mi devo preoccupare?” dissi.

“Sì. Come sempre.” Rispose lui, fremendo sotto l’uscio. 

Posai le due buste e lo guardai di nuovo, tra lo sconcerto e la paura.

“Mi dici cosa diamine succede?”

“Sì. Allora. Vai in bagno e aspetta qualche minuto. Io ti richiamo e tu mi raggiungi.”

“Cristo, Sherlock. Che diamine hai in testa?!”

“Ti prego, fidati.”

Ero incerto, iniziava a farmi davvero paura la cosa, ma poi seguii il suo ordine e salii al piano di sopra.
Aspettai nel bagno per qualche minuto e poi mi richiamò.

Scesi le scale e lo trovai in veranda, seduto al tavolo dove consumammo la prima merenda assieme. 

Di fronte alla sua sedia, c’era la custodia dello Stentor ed immaginai anche il violoncello.

“C-cosa?! Lo hai rubato alla scuola?”

Sherlock si raddrizzò sulla sedia.

“E questa sarebbe la tua soluzione? Oh dio, ma perché ti ho fatto scegliere!”

Sherlock sorrise, poi tornò serio.

“Watson, credi che io abbia bisogno di rubare alla scuola?”
Mi accorsi dell’offesa gratuita che gli feci e rimangiai le parole.

“No, no certo! Scusami…oh dio, se lo sapranno gli altri, vorranno tutti fare questa specie di “cosa” e cioè prenderlo in fitto e chissà quando lo rivedrò.”

“Non te ne separerai mai, in realtà.”

“Certo. Devo solo prenderlo in ostaggio ahaha!”

“E’ tuo, John.”

“Certo. AHAH!” Mi poggiai alla porta, la testa iniziò a girarmi e non ero sicuro di aver capito.

Sherlock tirò gli occhi al cielo e si alzò dirigendosi verso di me.

“Si dia il caso che abbia fatto una donazione alla scuola, io a nome di tutta la mia famiglia, e questa copre anche il costo di questo strumento che per loro è alquanto superfluo.
Dunque, mi sono detto, perché non approfittare? E’ un vero peccato fargli prendere polvere e farlo attendere le tue mani.
Sarebbe egoistico da parte nostra, giusto?”

Chinò il capo su un lato e mi guardò sorridendo.

Nessuna parola uscì dalla mia bocca, l’unico suono che mettevo era quello dei singhiozzi che non smettevano di venire su.

“John…lasciando da parte gli scherzi, credo che questo strumento sia nato per te, ed io non potrei mai perdonarmela la tua distanza da lui.”

Misi una mano sulle mie labbra per reprimere quel suono che non riuscivo più a controllare assieme alle lacrime continue.

“Spero che tu potrai vederlo come un regalo proveniente dal cuore, e non un “atto di pietà”. I miei sono tutti regali dal cuore, anche se talvolta ti mettono in una posizione difficile. Ma questo, questo è oltre. Questo strumento sei tu, e se io ho deciso di amarti allora non posso farlo sapendo che una parte di te è distante. Non amo mai a metà, perciò scusami se questo ti mortifica, ma spero che apprezzerai la questione che io e la mia musica non possiamo vivere così lontani da voi due.”

Sentii il petto creparsi a metà, e per evitare di svenire dall’emozione mi diressi verso di lui velocemente ed affondai in un abbraccio commosso.

Sherlock mi passò una mano tra i capelli mentre le lacrime continuavano a venire giù.

“Sssh. Sarà un bellissimo viaggio, John.”

Feci strada tra i singhiozzi e cercai di rispondere.

“E’ la cosa più bella che qualcuno abbia fatto per me. Io-io non ho parole, Sherlock…” e ricaddi in singhiozzi profondissimi.

Sherlock mi sorrise e poi prese il mio viso tra le sue mani, asciugò con le labbra le mie lacrime fino a posarsi sulle mie.
Ricambiai quel bacio in apnea, gli ero così devoto che l’unica cosa a cui potevo pensare era quella di doverlo avere accanto a me sempre.

Ci baciammo a lungo, con trasporto e le nostre mani iniziarono a tastare tutto ciò che fino ad allora non erano riuscite a toccare.
Sherlock posò le sue mani sui miei glutei e poi risalì dietro la schiena da sotto la t-shirt, ed io mi persi nei suoi meravigliosi ricci, cercando di possedere le sue labbra più che potessi, arrampicandomi sulla sua altezza.

“Andiamo in camera mia!” dissi, senza pensarci due volte.

Sherlock sorrise e mi guardò divertito.

“Mmh, mi piacerebbe Watson, ma devi mangiare e poi sei stanco. Ah, e poi vorrei sentirti suonare.”

“Mi stai respingendo?!” dissi, sorpreso.

“Diciamo che mi piace godere a lungo termine, quindi magari più tardi ti porto in camera visto che Harriet non c’è, e lì potrai dire qual che vorrai, nessuno ti sentirà.”

“Come fai a sapere che non c’è?”

“Le ho detto io di smammare!”

Sorrise, abbracciandomi e mordendomi il collo.

Un brivido mi attraversò la schiena, tutti i peli sulle mie braccia erano ritti e una scossa mi attraversò.

“Forza, a tavola.” disse, risvegliandomi da quella trance.

Cercai di prendere il possesso di me stesso, e mi avvicinai allo Stentor come una gazza si avvicina a qualcosa di luccicante.
Prima lentamente e poi afferrandolo con presunzione.

Toccai la custodia rigida di pelle e altre lacrime scesero automaticamente dai miei occhi.
Sherlock lo notò ma ignorò la cosa, era un momento solo nostro, e dunque continuò ad apparecchiare la tavola in cucina.

Piansi, piansi moltissimo, in silenzio.

La neve iniziò a scendere sulla notte scura, e le luci di Natale per le strade riflettevano la mia veranda.
Sherlock accese qualche candela che aveva portato per l’occasione, ed il mio cuore si sentì riscaldato come non mai.

“Perché fai tutto questo per me, Sherlock?”

Lo sentii fermarsi dietro di me.

Posò lentamente la scatola di fiammiferi sul tavolo e proseguì.

“Ho trascorso gran parte della mia vita nel frequentare persone di un certo ceto sociale, e non c’è stato giorno in cui non mi sono sentito sporco.
Un giorno ti raconterò chi è stato nel mio letto, e allora dovrai fare una scelta: o dimenticherai il mio passato o mi amerai per quello che ci riserva il futuro.
Con te mi sento puro, perché tu lo sei, e dunque faccio tutto questo per te perché ho capito che ci si può benissimo innamorare di un angelo, ed io sono stanco dei demoni, perché non mi piace l’oscurità, ho paura del buio, e voglio che tu quando saprai la verità, capirai che non ci sarà mai nessuno che potrà mai eguagliarti; che se mi respingerai continuerò a vivere una vita di stenti, e a tal punto saprò che avrò pagato per la mia poca cura nel saper scegliere le compagnie.
Faccio questo per te perché vorrei che tu curassi la mia anima, sei l’unico antidoto al veleno che mi hanno somministrato. Sei l’unica via di salvezza, e benché io di essa non ne abbia mai voluto sentirne parlare, quando ho incrociato il tuo sguardo l’unica cosa che desideravo era essere vivo.
Vivo, ma ad una sola condizione: accanto a te.”

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